Dedicato a chi, con molta poca coerenza, cambia idea giorno per giorno! A te…un pò di storia:
GIORGIO ALMIRANTE di Emanuele PigniALMIRANTE GIORGIO. - Nacque a Salsomaggiore (Parma) il 27 giugno 1914 da Mario e da Rita Armaroli.
Il padre (1890-1964), attore, direttore di scena di Eleonora Duse e di Ruggero Ruggeri e poi regista del cinema muto, apparteneva ad una famiglia di attori e di patrioti, nota dalla prima metà del secolo XIX, con ascendenti appartenenti all’alta nobiltà di Napoli (gli Almirante, duchi di Cerza Piccola dal 1691). Il primo Almirante a darsi alle scene fu il nonno di Mario, Pasquale (1799-1863), attore e patriota. Uno dei figli di Pasquale, Nunzio (1837-1906), anch’egli attore e patriota, fu il padre del citato Mario, di Giacomo (1875-1944), di Ernesto (1877-1964) e di Luigi (1886-1963), tutti attori famosi, specialmente Luigi, considerato uno dei migliori attori italiani. Alla stessa famiglia apparteneva la diva del cinema muto Italia Almirante Manzini (1890-1941), figlia di un altro attore e patriota figlio di Pasquale Almirante, Michele, e dunque cugina di Mario, il quale diresse molte delle pellicole da lei interpretate.
Giorgio Almirante, nato a Salsomaggiore per caso (”Sono nato dietro le quinte di un palcoscenico; non importa di quale città. Una settimana prima, sarei nato altrove; una settimana dopo, mi battezzarono altrove”, scrisse egli nella sua “Autobiografia di un ‘fucilatore’”, p. 15), visse i suoi primi cinque anni seguendo la famiglia da una città all’altra nelle quali i suoi parenti calcavano le scene; poi gli Almirante si stabilirono a Torino, dove egli frequentò la scuola elementare “L. Fontana” e il ginnasio-liceo “Gioberti”. Successivamente si trasferì con la famiglia (nel 1926 era nato suo fratello Luigi) a Roma, dove fu studente universitario di lettere e cronista praticante (dal dicembre 1932) presso Il Tevere, quotidiano fascista diretto da Telesio Interlandi, dove lavorò fino al 25 luglio 1943. Fin dagli anni di scuola nutrì due forti vocazioni, al giornalismo e all’insegnamento; non, invece, alla politica: come gran parte dei giovani della sua generazione militò nelle organizzazioni giovanili fasciste, ma durante il regime non andò oltre la carica di fiduciario del GUF della facoltà di lettere dell’università di Roma. Allievo di Giovanni Gentile all’università, nell’aprile 1934 partecipò alla prima edizione dei Littoriali della cultura e dell’arte, a Firenze; essendo stato selezionato nei pre-Littoriali del GUF di Roma per il convegno di critica cinematografica, a Firenze si classificò quinto in tale competizione. Nell’aprile 1935 partecipò ai secondi Littoriali, che si svolsero a Roma; era stato selezionato ancora per il convegno di critica cinematografica, e inoltre per il concorso di giornalismo, ma non entrò nelle classifiche dei vincitori.
Conseguite la laurea in lettere (a Roma, nel 1937, con una tesi sulla fortuna di Dante nel Settecento italiano) e l’abilitazione all’insegnamento di materie classiche nelle scuole medie e nei licei, entrò nel giornalismo professionale nel 1938, dopo sei anni di praticantato gratuito: essendosi guadagnato la fiducia di Interlandi fu da lui nominato caporedattore del Tevere e, poco dopo, anche segretario di redazione della nuova rivista La Difesa della razza (la quale, diretta anch’essa da Interlandi, iniziò le pubblicazioni nell’agosto 1938). Quasi cinquant’anni dopo, avrebbe ammesso di essere stato allora razzista e antisemita in buona fede e per motivi politici (come molti giornalisti italiani poi passati all’antifascismo); la collaborazione alla Difesa della razza fu, di tutta la sua vita, l’unica esperienza che sconfessò completamente, pur conservando un ottimo ricordo di Interlandi. È noto che Almirante, durante la RSI, salvò dalla deportazione in Germania un suo amico ebreo e la famiglia di questo, nascondendoli nella foresteria del ministero della Cultura popolare a Salò.
Il 10 giugno 1940, giorno della dichiarazione di guerra, Almirante, essendo stato richiamato alle armi come sottotenente di complemento di fanteria, comandava un plotone in vedetta sulla costa sarda, nella zona di Santa Teresa di Gallura (Sassari). Egli capì presto che il suo reparto sarebbe rimasto in Sardegna e non avrebbe partecipato alle operazioni di guerra; si offrì allora volontario per il fronte dell’Africa settentrionale, e a tal fine si fece nominare corrispondente di guerra. Assegnato alla 1ª divisione libica camicie nere “23 Marzo”, raggiunse Bengasi alla fine dello stesso mese di giugno. Su quel fronte ebbe il battesimo del fuoco (a Sollum, il 13 settembre 1940) e visse le alterne fasi della guerra fino a tutto il 1941, ottenendo la croce di guerra al valor militare. Tornò poi a Roma e riprese il suo posto di caporedattore del Tevere.
La mattina del 26 luglio 1943, subito dopo la caduta di Mussolini, Almirante si recò alla tipografia e poi alla redazione del Tevere, portando all’occhiello della giacca il distintivo del PNF; ma dovette lasciare il posto, avendo scoperto che nella notte i suoi colleghi erano diventati antifascisti e suoi nemici personali, e il direttore Interlandi era stato arrestato come “fascista pericoloso” (egli, invece, rimaneva libero perché classificato dal nuovo governo tra quelli poco meno pericolosi). Ai primi di agosto Almirante rispose ad una nuova chiamata alle armi, come tenente, presentandosi a Frosinone presso il deposito dell’81° fanteria, il suo vecchio reggimento di prima nomina. Là fu sorpreso, l’8 settembre, dalla notizia dell’armistizio; il giorno dopo, trovandosi a comandare provvisoriamente una compagnia distaccata, fu abbandonato da superiori e sottoposti e preso dai Tedeschi, dai quali ottenne di arrendersi con l’onore delle armi e di essere lasciato libero; raggiunse poi il colonnello comandante l’ormai dissolto reggimento, ottenne da lui (il 10 settembre) una formale licenza e tornò a Roma a piedi. Dopo il discorso di Mussolini alla radio di Monaco (18 settembre) e quello del maresciallo Graziani al teatro Adriano di Roma (1° ottobre), compì senza esitare la sua scelta di campo: andò alla caserma della 120ª legione della MVSN e si arruolò nella costituenda Guardia nazionale repubblicana con il grado di capomanipolo.
Poco dopo incontrò a Roma “l’uomo al quale (dovette) la massima parte di (sé), la (sua) vita stessa” (Autobiografia di un “fucilatore”, p. 109): Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare della Repubblica sociale italiana. Mezzasoma convinse Almirante a farsi smobilitare dalla GNR per seguirlo come collaboratore esterno al ministero, i cui uffici erano adesso ripartiti tra Roma, Salò (dove risiedeva il ministro), Venezia e Milano. Dopo pochi giorni di lavoro a Venezia, Almirante passò alla sede di Salò. Il suo primo incarico fu la direzione del servizio intercettazioni radio, servizio particolarmente importante perché fonte di informazioni anche per gli altri ministeri della Repubblica. Poi, il 5 maggio 1944, Mezzasoma lo nominò capo di gabinetto del ministro della Cultura popolare. In tale qualità Almirante sostituì spesso Mezzasoma nei quotidiani rapporti da Mussolini, per il quale svolse anche missioni particolarmente delicate (l’occultamento di documenti relativi ad un progetto di legge, sollecitato dal governo tedesco e respinto da Mussolini, legge con cui la persecuzione antisemita sarebbe stata estesa a cittadini non considerati ebrei prima dell’8 settembre; la tenuta di rapporti diretti e segreti con ambienti italiani della Venezia Tridentina e della Venezia Giulia, annesse di fatto alla Germania ma rivendicate dalla RSI; la diffusione per radio contro la volontà dei Tedeschi, il 21 febbraio 1945, di un comunicato relativo alla sostituzione del ministro dell’Interno e del sottosegretario alla Marina della RSI).
La sua attività di funzionario ministeriale fu interrotta tra il novembre 1944 e il gennaio 1945 dalla sua partecipazione, come tenente comandante il reparto del ministero della Cultura popolare nella brigata nera autonoma ministeriale, alla campagna antipartigiana di val d’Ossola, durante la quale però egli e i suoi uomini non ebbero mai occasione di partecipare a combattimenti. (Nel 1971, a torto, le sinistre avrebbero accusato Almirante, segretario del MSI, di essere stato un “fucilatore”, non per immaginari episodi della campagna di val d’Ossola ma per avere “firmato” - sic - un bando datato dalla prefettura di Grosseto il 17 maggio 1944, comminante la fucilazione ai militari e civili unitisi alle bande partigiane, i quali non si fossero costituiti entro il 25 maggio 1944. In realtà Almirante aveva semplicemente trasmesso alle prefetture il testo di quel bando, giustamente detto “del perdono”, poiché estendeva una precedente amnistia ai militari sbandati che, in virtù di un precedente decreto, avrebbero dovuto essere fucilati anche prima del 25 maggio.)
Il 25 aprile 1945 Almirante, che aveva seguito Mussolini e il ministro Mezzasoma a Milano, rimase in servizio per tutta la giornata lavorativa; poi, avendogli Mezzasoma vietato di seguirlo nel viaggio fatale con Mussolini verso la Valtellina (Mezzasoma, con altri ministri della RSI, sarebbe stato fucilato dai partigiani a Dongo il 28 aprile), entrò in clandestinità e vi rimase per un anno e mezzo, prima a Milano con l’aiuto del suo amico ebreo che egli aveva salvato dalla deportazione, poi a Torino. Nel settembre 1946 riprese il suo vero nome e tornò a Roma, dove intraprese un’intensa attività politica, partecipando alla fondazione (12 novembre 1946) di uno dei molti piccoli gruppi di reduci fascisti repubblicani, il Movimento italiano di unità sociale (MIUS), e alle riunioni preliminari alla fusione del suo e di vari altri gruppi della stessa area in un vero partito politico.
Il 26 dicembre 1946 Almirante partecipò alla riunione costitutiva del Movimento sociale italiano (MSI), che si svolse a Roma nello studio dell’assicuratore Arturo Michelini. Almirante ufficialmente non fu, come spesso si dice, il primo segretario nazionale del MSI (segretario della prima giunta esecutiva del partito fu Giacinto Trevisonno); ma fin dalla fondazione del partito ne fu il dirigente di maggior rilievo, ricoprendo la carica di responsabile della segreteria organizzativa. Egli ricordò così la propria ascesa alla guida del MSI: “… gli amici che il 26 dicembre 1946 come segretario del partito scelsero proprio me, se per avventura non sbagliarono, non sbagliarono perché, istintivamente, non scelsero in me l’uomo politico ma l’uomo libero. Ero tra i più giovani, non avevo vincoli tassativi con un passato personale, perché la mia carriera politica in regime fascista non si era spinta più in là del Guf-Lettere di Roma, non avevo legami di ambiente, non avevo impegni professionali assorbenti perché, abbandonate le poco lucrose rappresentanze commerciali, mi arrangiavo quale professore in Lettere, sia presso un istituto privato sia attraverso qualche ripetizione che davo (latino e greco) nei locali stessi del partito, non disponendo di un ufficio e neanche di una dimora che mi permettesse di ricevere” (Autobiografia di un “fucilatore”, pp. 162-163).
[…]
Ovviamente la storia continua, ma è piuttosto difficile inserire tutta la biografia di un grande uomo…mica parliamo di gente che sa solo parlare, criticare e poi si piega al potere! Qui parliamo di un tizio dotato di un’arte oratoria indiscutibile, mai sceso a compromessi con la amata dc e che, soprattutto, ha dato il via a quel processo di crescita del partito culminato nella svolta di Fiuggi, guidata dal SUO DELFINO e dal suo ideologo di fiducia! Adesso silenzio!