Tratto da Farefuturo:
Ci piace il suo antitotalitarismo umanista, senza retorica e senza dogmi
Che male c’è se per noi
Saviano è un pensatore di “destra”?
di Filippo Rossi A dar retta alla propaganda dei cervelli all’ammasso di un bipolarismo drogato, lo speciale di ieri sera di Che tempo che fa con Roberto Saviano sarebbe dovuto essere “roba di sinistra”. E invece, lo diciamo così, senza intermediazioni intellettualistiche, quello apparso per due ore su Rai 3 è stato un grande pensatore di destra. Mettiamo le mani avanti: è una provocazione, ovviamente, convinti come siamo che – soprattutto adesso e soprattutto nei nuovi territori della cultura – le categorie di destra e sinistra lasciano davvero il tempo che trovano. Sono contenitori strumentali, e ognuno può metterci quel che desidera. Però, giusto per capirsi, e per usare ancora una volta i vecchi parametri, ieri sera Roberto Saviano ha toccato tutte le corde possibili per poter essere definito a buon diritto “di destra”. Con una visione eroica della lotta per la legalità, che non conosce sociologismi né ideologismi, l’autore di Gomorra dimostra di credere nell’individuo come motore della storia. Come graffio all’omologazione, come sgarbo all’intruppamento. Contro qualsiasi inquadramento dogmatico. Contro ogni sovrastruttura. La persona prima di tutto, insomma. Anche per questo Saviano non può che stare da queste parti: perché è un moralista libertario, un antitotalitario vero che snocciola un anticomunismo vero, genuino, non strumentale, svuotato da quella retorica che in troppi usano ancora come arma, uccidendo il senso di ogni battaglia. L’anticomunismo di Saviano è, semplicemente, antitotalitarismo, ecco qua. E per questo non può che piacere quando racconta di Varlam Salamov e dei suoi diari dal gulag, di Anna Politkovskaya e delle inchieste che le sono costate la vita. O di Nazim Hikmet, il turco che ha avuto il coraggio di ricordare il massacro degli armeni. Di Reinaldo Arenas, messo in carcere da Fidel Castro perché scrittore e perché omosessuale. E della fatwa scagliata su Salman Rushdie per i Versetti satanici. Non se ne voglia, Roberto Saviano. Non se la prenda se lo consideriamo un punto di riferimento per una destra post ideologica che non vuole rinunciare a ricostruire il senso della civiltà umanista. Può darsi che se ne avrà a male ma, sinceramente, ce ne importa poco. Perché quando spiega che quel che serve non è un’idea “dittatoriale” del bene, inteso come ideologia massificante e salvifica, quanto piuttosto la cultura della bontà come esperienza concreta e individuale, beh, onestamente facciamo fatica a non considerarlo un nostro compagno di strada. In piena libertà, questo è ovvio.
12 novembre 2009
